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  goldfox04 [ ESPERIENZE ]
         















Questi figuri non mi rappresentano









ONORE AI CADUTI
DI NASSIRIYA E KABUL




‘NEMO PATRIAM, QUIA MAGNA EST, AMAT, SED QUIA SUA.’

In parole attuali:

Nessuno ama la sua patria perché è grande,
ma perché è sua.

Quindi animo e datti da fare anche tu.





UNA FIRMA PER FARINA


1 ottobre 2015

Bretton Woods

Nel settembre del 1961 Robert Mundell pubblica sull'<<American Economic Rewiew>> Una Teoria delle aree valutarie ottimali. Dieci paginette senza nemmeno una formula matematica, che avrebbero valso al loro autore il premio Nobel trentotto anni dopo. Poca cosa, molta resa. Merito di un messaggio semplice ed efficace: quando Paesi strutturalmente diversi decidono di aggiogarsi sotto una moneta unica, se sorgono problemi, come una recessione mondiale, bisogna che nei Paesi in maggiori difficoltà i lavoratori accettino di farsi tagliare i salari, o magari di emigrare in cerca di lavoro. Altrimenti, la moneta unica collasserà. Che è poi quello che oggi intende il presidente Monti quando dice ai sindacati: "Le sorti del Paese sono nelle vostre mani" (<<la Repubblica>>, 2012). Sottinteso: lasciatevi tagliare i salari.

     Posso dirlo anche in parole più complicate, per chi lo desiderasse: un'area valutaria ottimale deve presentare i requisiti di perfetta flessibilità di prezzi e salari, e perfetta mobilità di fattori di produzione. Contenti? Comunque con il vostro permesso, in seguito cercherò di dire pane al pane e vino al vino. I miei colleghi forse storceranno il naso, ma magari, chissà, voi lo preferite.

      Il lavoro di Mundell era veramente profetico. Nel 1944, alla conferenza di Bretton Woods, gli Stati Uniti avevano proposto (cioè imposto) al mondo un sistema monetario internazionale a cambi fissi basati sul dollaro. Il dollaro, convertibile in oro, sostituiva quest'ultimo nel pagamento delle transizioni internazionali. Tutti i Paesi dovevano dichiarare una propria parità di cambio rispetto al dollaro, e mantenerla fissa. Contestualmente, si istituiva il Fondo monetario internazionale (Fmi), finanziato pro quota dai partecipanti al sistema, per erogare prestiti ai Paesi che si trovassero in difficoltà con i pagamenti internazionali.

     Il sistema qualche problemino ce l'aveva:se n'era accorto Robert Triffin nel 1960 (ma non se ne sono ancora accorti,caso strano, molti economisti americani "moderni"). Imponendo il dollaro come "moneta del mondo", gli Stati uniti dovevano scegliere. O stampavano dollari commisurandoli alle proprie esigenze, nel qual caso il resto del mondo sarebbe rimasto a corto di liquidità, cioè non avrebbe avuto soldi per comprare, guarda caso, i prodotti americani (ricordatevi che, dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano l'unica potenza con apparato produttivo intatto); o stampavano dollari commisurandoli alle esigenze del commercio mondiale, e magari li prestavano anche al resto del mondo. In questo caso avrebbero aiutato la ripresa dell'economia statunitense e mondiale, ma avrebbero dovuto rinunciare alla convertibilità del dollaro in oro, perché era impossibile che la produzione di oro crescesse di pari passo con il ritmo vertiginoso di sviluppo del commercio mondiale.

     Come è noto gli Stati Uniti imboccarono la seconda strada, finanziando copiosamente la ricostruzione europea (ricorderete il piano Marshall)

     Nel 1961, però le criticità non erano ancora esplose, e nessuno pensava ancora alla moneta unica. Non ci pensavo nemmeno io, perché sarei nato solo nel dicembre del 1962. In quell'anno l'Italia cresceva del 5.9 per cento, con un'inflazione al 604 per cento. Un dollaro costava 625 lire: era così dal 1951, e sarebbe stato così fino al 1971.

 

 




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1 gennaio 2015

Avere o Essere Capitolo 2

C'è un'alternativa alla catastrofe?

 

Tutti i dati di fatto fin qui citati sono stati resi di pubblico dominio e sono ben noti. Ma si verifica un fatto quasi incredibile, ed è che nessun serio sforzo viene intrapreso per scansare quello che sembra un decreto senza appello del destino. Mentre al ivello personale nessuno, a meno che non sia un pazzo, può rimanere indifferente testimone di una minaccia all'esistenza di tutti noi, coloro che sono investiti della responsabilità della pubblica amministrazione in pratica non muovono un dito, e quanti hanno affidato il proprio destino alle loro mani continuano a loro volta a non far nulla.

 

Come si spiega che il più forte tra tutti gli istinti, quello della sopravvivenza, abbia cessato di fungere da incentivo? Una delle spiegazioni più ovvie è che i leaders intraprendono molte iniziative che rendono loro possibile di fingere di operare efficacemente per evitare una catastrofe: conferenze senza fine, risoluzioni,trattative per il disarmo, sono tutte cose che concorrono a dare l'impressioneche i problemi sono presi in considerazione e che si fa qualcosa per risolverli. Non accade nulla che abbia un'effettiva incidenza, ma ciò, non toglie che i leaders e coloro che ne sono guidati anestetizzino le proprie coscienze e la propria aspirazione alta sopravvivenza facendo credere di conoscere la strada e di procedere nella giusta direzione.

 

Un'altra spiegazione è che l'egoismo generato dal sistema induce i leaders ad apprezzare di più il successo personale che non la responsabilità sociale. Ormai non ci meravigliamo più di vedere uomini politici e dirigenti economici formulare decisioni che a prima vista sono a loro esclusivo vantaggio, ma che risultano insieme dannose e pericolose per la comunità. In effetti, se è vero che l'egoismo è uno dei pilastri dell'etica pratica del giorno d'oggi, perché costoro dovrebbero comportarsi diversamente? Essi sembrano ignorare che l'avidità - al pari della sottomissione - rimbecillisce gli individui, rendendoli incapaci persino di perseguirei loro veri interessi, come a esempio la preservazione delle loro stesse esistenze e delle vite di mogli e figli (cfr. J. R. Piaget, The Moral Judgment of the Child ). D'altro canto, il vasto pubblico è anch'esso a tal punto egoisticamente occupato da interessi privati, da prestare scarsa attenzione a tutto ciò che trascende l'ambito strettamente personale.

Un'altra spiegazione del decadimento del nostro istinto di sopravvivenza può essere ricercata nel fatto che i mutamenti del modo di vivere che sarebbero necessari sono di tale entità,da indurre la gente a preferire la catastrofe futura ai sacrifici immediati. è un atteggiamento assai diffuso, di cui fornisce un eloquente esempio Arthur Koestler riferendo una esperienza toccatagli durante la guerra civile spagnola. Si trovava nella comoda villa di un amico, quando giunse notizia dell'avanzata delle truppe di Franco. Impossibile dubitare che sarebbero giunte già durante la notte, e con tutta probabilità avrebbero fucilato Koestler, il quale avrebbe potuto mettersi in salvo fuggendo subito. Ma la notte era fredda e piovosa, la casa calda e accogliente; ragion per cui rimase, venne fatto prigioniero, e solo molte settimane dopo, grazie agli sforzi di amici giornalisti, fu quasi miracolosamente salvato. È questo appunto il tipo di comportamento che si verifica in individui i quali rischiano di morire anziché sottoporsi a un controllo medico suscettibile di concludere con la formulazione della diagnosi di una malattia grave, richiedente un intervento chirurgico complesso.

 

A parte la spiegazione dellafatale passività umana in questioni che riguardano la vita e la morte, ce n'è un'altra, ed essa costituisce il motivo per cui mi sono accinto a compilare questo libro. Intendo riferirmi all'opinione secondo la quale non avremmo alternativa ai modelli del capitalismo aziendale, del socialismo di marca socialdemocratica o sovietica oppure del « fascismo dal volto umano » di matrice tecnocratica. La vasta diffusione di questa tesi è in larga misura dovuta al fatto che ben pochi sforzi sono stati compiuti per sondare la possibilità di elaborare modelli sociali completamente nuovi e per metterli alla prova dell'esperienza. In realtà, finché i problemi della ricostruzione sociale non prenderanno, almeno in parte, il posto dell'interesse per la scienza e per la tecnica che occupano attualmente le migliori menti, la fantasia umana non sarà in grado di dar corpo a nuove e realistiche alternative.

 

Scopo principale di questo libro è l'analisi delle due basilari modalità d'esistenza: la modalità dell'avere e la modalità dell'essere. Nel primo capitolo si indicano brevemente le differenze tra esse; nel secondo, le si illustra dati alla mano, servendosi di esempi forniti dall'esperienza quotidiana e che il lettore può facilmente ricollegare alle sue esperienze personali; nel terzo, l'« avere » e l'« essere »sono specificati alla luce dell'Antico e del Nuovo Testamento e degli scritti di Maestro Eckart. I capitoli successivi affrontano il problema di maggior momento: l'analisi delle differenze tra le modalità esistenziali dell'avere e dell'essere e il tentativo di addivenire a conclusioni teoriche sulla base di dati empirici. Fino al punto testé indicato, il libro si occupa dunquesoprattutto degli aspetti individuali delle due fondamentali modalità di esistenza, mentre i capitoli conclusivi trattano dell'incidenza che le modalità in questione hanno sulla formazione di un Uomo Nuovo e di una Società Nuova,prendendo in considerazione le possibilità di alternative per attenuare il malessere individuale e mettere freno ai catastrofici sviluppi socioeconomic iin corso nel mondo intero.




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26 dicembre 2014

Avere o Essere

La necessità economica di una trasformazione dell'uomo

 

Fin qui, si è cercato dimostrare che i tratti caratteristici frutto del nostro sistema socioeconomico, vale a dire del nostro modo di vivere, sono patogeni e finiscono per produrre una personalità malata e quindi una società malata. Non manca però anche un altro argomento, che ha a fondamento un punto di vista affatto diverso, a favore di profonde trasformazioni psicologiche nell'uomo quale alternativa alla catastrofe economica ed ecologica; e l'argomento in oggetto è illustrato in due rapporti la cui elaborazione è stata affidata, dal Club di Roma,rispettivamente a D. H. Meadows e altri, e a M. D. Mesarovic ed E. Pestel. Entrambi i rapporti trattano delle tendenze tecnologiche, economiche e demografiche su scala mondiale; Mesarovic e Pestel approdano alla conclusione che soltanto mutamenti drastici, di carattere economico e tecnologico e a livello globale, secondo le direttrici di un programma preciso, possono «scongiurare una catastrofe di grandi proporzioni e infine globale », e i dati che schierano a sostegno della loro tesi si basano sulla ricerca più vasta e sistematica che sia mai stata compiuta. (Va detto che il loro libro presenta notevoli vantaggi metodologici rispetto alla ricerca di Meadows, ma questa,compiuta in precedenza, sottolinea la necessità di mutamenti economici ancora più drastici quale alternativa alla catastrofe.) Mesarovic e Pestel concludono inoltre che trasformazioni economiche del genere sono possibili soltanto « qualora si verifichino mutamenti di ordine fondamentale nei valori e nell'atteggiamento dell'uomo [o, per ricorrere alla mia terminologia, nell'orientamento caratterologico umano], come a esempio una nuova etica e un nuovo rapporto con la natura » (il corsivo è mio). Sono affermazioni che confermano ciò che altri hanno detto prima e dopo la pubblicazione del rapporto di Mesarovic e Pestel, e cioè che una nuova società è possibile soltanto se, contemporaneamente al suo sviluppo, si verifica anche quello di un nuovo essere umano o, per usare termini meno altisonanti, se nella struttura caratteriale dell'uomo contemporaneo si determina una trasformazione di portata fondamentale.

 

Purtroppo, i due rapporti sono compilati secondo lo spirito della quantificazione, astrazione e spersonalizzazione, tanto caratteristici dell'epoca nostra, senza contare che trascurano completamente tutti i fattori politici e sociali, in assenza dei quali non è possibile elaborare alcun programma realistico. In compenso,forniscono dati preziosi, e per la prima volta vi si affronta la situazione economica della specie umana considerata come un tutto, con le sue possibilità e i suoi pericoli. La conclusione a cui i due studi approdano, vale a dire chesono necessari una nuova etica e un nuovo atteggiamento verso la natura, è tanto più degna di apprezzamento perché si tratta di un'esigenza del tutto contraria alle premesse filosofiche degli autori.

 

A un livello più alto si colloca E. F. Schumacher, che è un economista ma anche un umanista radicale. La sua richiesta di un profondo mutamento dell'essere umano si fonda su due argomenti, e cioè che il nostro attuale ordinamento sociale fa di noi altrettanti malati, e che ci stiamo dirigendo verso una catastrofe economica ameno di non operare una drastica trasformazione del nostro sistema sociale.

 

La necessità di un cambiamento dell'uomo non costituisce soltanto un'esigenza etica e religiosa, non è frutto unicamente di un'aspirazione psicologica derivante dalla natura patogena del nostro attuale carattere -sociale, ma è anche la condizione per la mera sopravvivenza della specie umana. Il vivere bene non rappresenta ormai più da un pezzo la soddisfazione semplicemente di un'esigenza di carattere etico o religioso: per la prima volta nella storia, la sopravvivenza fisica della specie umana dipende dalla radicale trasformazione del cuore umano. D'altro canto, una trasformazione del cuore umano è possibile solo a patto che si verifichino mutamenti economici e sociali di drastica entità, tali da offrire al cuore umano l'occasione per mutare e il coraggio e l'ampiezza di prospettive necessari per farlo.




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25 dicembre 2014

Perché è fallita la Grande Promessa?

Perché è fallita la GrandePromessa?

 

Il fallimento della Grande Promessa, a parte le contraddizioni economiche di fondo dell'industrializzazione, è intimamente connesso al sistema industriale in ragione dei due principali presupposti psicologici della Grande Promessa stessa: 1. che lo scopo della vita sia la felicità, vale a dire il massimo piacere, inteso quale soddisfazione di ogni desiderio o bisogno soggettivo che una persona possa avere (edonismo radicale); 2. che l’egotismo,l'egoismo e l'avidità, che il sistema non può fare a meno di generare per poter funzionare, conducono all'armonia e alla pace.

 

È, ben noto che, durante tutto il corso della storia, i ricchi hanno praticato l'edonismo radicale. Coloro che disponevano di mezzi illimitati, come l'élite di Roma, delle città italiane durante il Rinascimento, dell'Inghilterra e della Francia durante il XVIII e XIX secolo, tentavano di dare un senso alla propria esistenza cercandolo nel piacere senza restrizioni di sorta. Ma, se il massimo di piacere, inteso come edonismo radicale, è stata la prassi di certi gruppi incerti periodi, questa non è mai stata la teoria del vivere bene quale trova espressione nell'insegnamento dei Maestri di vita della Cina, dell'India, del Vicino Oriente e dell'Europa, con un'unica eccezione anteriore al XVII secolo.

L'eccezione è costituita dal filosofo greco Aristippo, un seguace di Socrate vissuto nella prima metà del IV sec. a.C., il quale affermava che godere di un massimo di piaceri fisici costituisce lo scopo della vita, e che la felicità è la somma complessiva dei piaceri che si sono goduti. Se il suo pensiero ci è in parte noto, lo dobbiamo a Diogene Laerzio: poca cosa, ma comunque sufficiente per persuaderci a vedere in Aristippo l'unico vero edonista del mondo antico, agli occhi del quale l'esistenza di un desiderio costituiva il fondamento del diritto a soddisfarlo e pertanto a raggiungere l'obiettivo della vita, vale a dire il Piacere.

 

Assai difficilmente si può considerare Epicuro un assertore del tipo di edonismo praticato da Aristippo. Infatti, se è vero che per Epicuro il piacere « puro » costituiva la meta suprema, è anche innegabile che il piacere in questione ai suoi occhi significava « assenza di dolore » (aponia)e immobilità dell'anima (ataraxia).Secondo Epicuro, il piacere inteso quale soddisfazione di un desiderio non può costituire lo scopo della vita, dal momento che un piacere siffatto è necessariamente seguito dal dispiacere, e pertanto distoglie l'umanità dalla sua meta effettiva, che è l'assenza di dolore. (Per inciso, la teoria di Epicuro ricorda, per molti aspetti, quella di Freud.) Comunque, sembrerebbe che Epicuro fosse il rappresentante di un certo tipo di soggettivismo in contrasto con la posizione di Aristotele, almeno nella misura in cui le contraddittorie esposizioni del pensiero di Epicuro, di cui disponiamo, permettono un'interpretazione univoca.

 

Nessuno degli altri grandi Maestri ha insegnato che l'esistenza effettiva di un desiderio costituisce una norma etica. Il loro interesse andava al modo ottimale di « vivere bene » per l'umanità, e il nucleo essenziale del loro pensiero va ricercato nella distinzione tra quei bisogni (desideri) che sono avvertiti solo soggettivamente e la cui soddisfazione comporta un piacere momentaneo, e quei bisogni che sono radicati nella natura umana e la cui soddisfazione comporta uno sviluppo dell'Uomo e ha per effetto l'eudaimonia, vale a dire appunto il « vivere bene ». In altre parole, i grandi Maestri avevano di mira la distinzione tra bisogni avvertiti come puramente soggettivi e bisogni oggettivamente validi, considerando i primi in parte almeno dannosi allo sviluppo umano e i secondi invece in accordo con le esigenze della natura umana.

 

La teoria secondo la quale scopo della vita sarebbe l'esaudimento di ogni desiderio umano, fu apertamente proclamata, per la prima volta dopo Aristippo, da filosofi del XVII e XVIII secolo. Si trattava di una concezione che non poteva non manifestarsi una volta che il « profitto » avesse cessato di significare « profitto per l'anima »(come nella Bibbia e, -più tardi, ancora in Spinoza), per riferirsi invece a quello materiale, finanziario, trasformazione che avvenne nel periodo in cui la classe media si sbarazzò, non soltanto delle sue pastoie politiche, ma anche di tutti i legami di amore e di solidarietà, approdando alla convinzione che esistere soltanto per se stessi significasse essere maggiormente se stessi. Per Hobbes, la felicità è il continuo progresso da una brama (cupiditas) a un'altra: La Mettrie giunge a raccomandare l'uso di droghe perché danno per lo meno l'illusione della felicità; per il Marchese De Sade, l'obbedienza a impulsi crudeli è legittima per la semplice ragione che essi esistono e aspirano a essere realizzati. Si trattava di pensatori vissuti all'epoca della vittoria definitiva della classe borghese; e quelle che erano state le prassi non filosofiche degli aristocratici, divennero la prassi e la teoria della borghesia.

Dopo il XVIII secolo, molte teorie etiche sono state elaborate, e tra esse non sono mancate le forme di edonismo più discrete, come l'utilitarismo, ma neppure i sistemi rigidamente anti edonistici come quelli di Kant, Marx, Thoreau  e Schweitzer. L'epoca presente, almeno a partire dalla fine della prima guerra mondiale, è però tornata alla prassi e alla teoria dell'edonismo radicale. Il concetto di piacere senza restrizioni costituisce una singolare antitesi all'ideale del lavoro disciplinato,contraddizione che non è dissimile da quella tra l'accettazione di un'etica di lavoro ossessivo e l'ideale dell'ozio più totale per il resto della giornata e durante le vacanze. La catena di montaggio che si snoda senza fine e la routine burocratica da un lato, la televisione, l'automobile e il sesso dall'altro,rendono possibile questa contraddittoria combinazione di termini. Da solo, il lavoro a ritmo ossessivo ridurrebbe gli esseri umani alla follia esatta mentecome l'ozio completo; grazie alla combinazione dei due elementi, essi riescono a vivere. Inoltre, entrambe le due polarità corrispondono a una necessità economica: il capitalismo del XX secolo si basa sul massimo consumo dei beni e dei servizi prodotti, come pure sul lavoro di gruppo routinizzato.

 

Col ricorso a considerazioni teoriche, è possibile dimostrare che l'edonismo radicale non può condurre alla felicità, come pure perché non possa farlo, tenuto conto della natura umana.Ma, anche senza ricorrere all'analisi teorica, i dati di fatto che abbiamo sott'occhio comprovano con la massima evidenza che la nostra modalità di «perseguimento della felicità » non ha per effetto il vivere bene. La nostra è una società composta da individui notoriamente infelici: isolati, ansiosi, in preda a stati depressivi e a impulsi distruttivi, incapaci di indipendenza, in una parola esseri umani ben lieti di poter ammazzare il tempo che con tanto accanimento cercano di risparmiare.

 

Il nostro è il massimo esperimento sociale mai tentato allo scopo di risolvere il problema se il piacere (inteso quale stato affettivo passivo in contrasto con lo stato affettivo attivo, al vivere bene e alla gioia) possa costituire una risposta soddisfacente all'interrogativo circa l'esistenza umana. Per la prima volta nella storia, la soddisfazione dell'impulso al piacere, lungi dal costituire soltanto un privilegio di una minoranza, è possibile per più di metà della popolazione dei paesi industrializzati. Orbene, l'esperimento ha già fornito una risposta negativa alla domanda.

 

Il secondo presupposto psicologico dell'era industriale, che cioè il perseguimento dell'egoismo individuale conduca all'armonia e alla pace, nonché all'aumento del benessere di tutti e di ciascuno, si rivela del pari erroneo sotto il profilo teoretico,e anche in questo caso la sua fallacia è comprovata dai dati frutto d'osservazione. Perché infatti questo principio, che soltanto uno dei grandi economisti classici, e precisamente David Ricardo, ha respinto, dovrebbe risultare valido? Essere egoista è qualcosa che si riferisce non soltanto al mio comportamento ma anche al mio carattere; il suo significato è: voglio tutto quanto per me stesso; a darmi piacere è il possedere, non il condividere; non posso fare a meno di mostrarmi avido, perché il mio scopo è di avere, e io sono tanto più quanto più ho; devo provare antagonismo nei confronti di tutti gli altri: i miei clienti che voglio truffare, i miei concorrenti che voglio distruggere, i miei prestatori d'opera che voglio sfruttare. Non posso mai essere soddisfatto, poiché i miei desideri non hanno mai fine; devo provare invidia per coloro che hanno più di me, e mi devo guardare da coloro che hanno meno. D'altro canto, tutti questi sentimenti devo reprimerli se voglio apparire(agli occhi degli altri come dei miei) quell'uomo sorridente, razionale, sincero, gentile, che ognuno finge di essere.

 

La brama di possesso non può non condurre a una guerra di classi senza fine. L'affermazione dei comunisti,che il loro sistema metterà fine alla lotta di classe in quanto abolirà le classi, è una pura illusione, dal momento che anche il loro sistema si basa sul principio dei consumo illimitato quale scopo dell'esistenza. Finché ciascuno aspira ad avere di più, non potranno che formarsi classi, non potranno che esserci scontri di classe e, in termini globali, guerre internazionali. Avidità e pace si escludono a vicenda.

 

Edonismo radicale ed egotismo illimitato non avrebbero potuto imporsi quali principi guida del comportamento economico, senza un drastico mutamento verificatosi nel XVIII secolo. Nella società medioevale, come del resto in molte altre società altamente sviluppate o primitive, il comportamento economico era determinato da principi etici. Così a esempio, per i teologi della Scolastica, categorie economiche come prezzo e proprietà privata erano inserite nel contesto della teologia morale. Certo, i teologi sapevano elaborare formule che permettevano di adattare il loro codice morale alle nuove esigenze economiche (basti citare le delucidazioni sul concetto di « giusto prezzo » fornite da Tomaso d'Aquino);ciò non toglie che il comportamento economico restasse un comportamento umano,e fosse pertanto valutabile con i metri di misura dell'etica umanistica. Il capitalismo dei XVIII secolo subì un mutamento radicale anche se graduato in fasi che portarono alla separazione del comportamento economico dai valori etici e umani. In effetti, la macchina economica era intesa quale un'entità autonoma, indipendente dai bisogni umani e dall'umana volontà: un sistema che funzionava da solo, in obbedienza alle sue proprie leggi. Le sofferenze dei lavoratori nonché l'eliminazione di un numero sempre maggiore di piccole imprese a beneficio dello sviluppo di sempre più grandi aziende, erano viste quali necessità economiche, delle quali ci si poteva dispiacere, ma che bisognava accettare in quanto costituivano il frutto di una legge di natura.

 

Lo sviluppo dei sistema economico in questione non venne più condizionato dalla domanda: « Che cosa è bene per l'uomo? », bensì dalla domanda: « Che cosa è bene per lo sviluppo del sistema? ». Vero è che si cercava di mascherare l'asprezza di questa dicotomia facendo proprio il presupposto che ciò che era bene per la crescita del sistema(o anche solo per un'unica, grande azienda) fosse un bene anche per la gente ingenerale. Interpretazione che aveva il, sostegno di una tesi corollari a,secondo cui le qualità stesse che il sistema esigeva dagli esseri umani -egotismo, egoismo e avidità - erano innate nella natura umana; ne conseguiva che a favorirle era, non soltanto il sistema, ma appunto la stessa natura umana. Le società in cui non esistessero egotismo, egoismo e avidità erano ritenute « primitive » e i loro membri « infantili ». La gente si rifiutava di ammettere che i tratti in questione, lungi dall'essere impulsi naturali i quali avevano per effetto l'esistenza della società industriale, erano anzi i prodotti di circostanze sociali.

 

Di non minore importanza è un altro fattore: il rapporto tra esseri umani e natura divenne profondamente ostile. In quanto «scherzi di natura», che a causa delle condizioni stesse della nostra esistenza sono collocati dentro la natura che però trascendono grazie al dono della ragione, noi abbiamo tentato di risolvere il nostro problema esistenziale rinunciando alla visione messianica dell'armonia tra umanità e natura, soggiogando questa, trasformandola e adattandola ai nostri scopi, e a lungo andare l'assoggettamento è divenuto sempre più un equivalente della distruzione. Il nostro spirito di conquista e ostilità ci ha resi ciechi all'evidenza del fatto che le risorse naturali hanno precisi limiti e possono finire con l'esaurirsi e che la natura si ribellerà alla rapacità umana.

 

La società industriale è caratterizzata dal disprezzo per la natura come pure per tutte le cose che non siano prodotte a macchina e per tutte le popolazioni che non siano di costruttori di macchine, vale a dire i gruppi etnici non bianchi, con le eccezioni, di recente acquisizione, del Giappone e della Cina. La gente è oggi attratta da quanto è meccanico, dalla macchina possente, da ciò che è senza vita, e in misura sempre più vasta dalla distruzione.




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25 dicembre 2014

L'EVOLUZIONE DELLA FISICA

    IL ROMANZO GIALLO PERFETTO

 

 

     Nel regno della fantasia il romanzo giallo perfetto esiste. Tale romanzo fornisce tutti gli indizi voluti e c'induce a costruire  per  conto nostro una teoria sul mistero che ne costituisce il soggetto. Seguendo  gli indizi con la dovuta attenzione, giungiamo ad una soluzione completa prima ancora che l'autore ce la riveli alla fine del volume. E, contrariamente a quanto accade con i gialli di classe inferiore, la soluzione non ci delude e ci si presenta come e quando ce l'attendevamo.

     È forse lecito paragonare i lettori di un simile romanzo agli scienziati che di generazione in generazione continuano a cercare la soluzione dei misteri che il libro della natura racchiude? Il paragone non calza totalmente ed in ultima analisi bisogna lasciarlo cadere;tuttavia esso ha del buono e con opportune modifiche ed estensioni può applicarsi agli sforzi della scienza per risolvere il mistero dell'universo.

     Questo mistero non è stato ancora risolto;né siamo certi che esso comporti una soluzione definitiva. Le nostre letture ci hanno già molto fruttato; esse ci hanno insegnato i rudimenti del linguaggio della natura, ci hanno messo in grado di cogliere una serie di indizi e ci hanno inoltre procurato gioie ed emozioni al seguire il lento e spesso penoso progredire della scienza. Tuttavia ci rendiamo conto che, malgrado tutti i volumi letti ed assimilati, siamo ancora lontani dalla soluzione completa,ammesso, beninteso, che ne esiste una. Ad ogni tappa ci sforziamo di trovare una spiegazione che si accordi con le correlazioni scoperte in precedenza.

     Non poche teorie, ammesse a titolo provvisorio, hanno spiegato molti fatti, ma una soluzione generale compatibile con tutte le correlazioni accertate non è stata ancora trovata. Non di rado una teoria apparentemente perfetta si rivela inadeguata alla luce di nuove letture;fatti nuovi emergono che la contraddicono o che essa non riesce a spiegare. Ma più leggiamo e più cresce la nostra ammirazione per la perfetta composizione del libro, anche se la soluzione generale sembra allontanarsi a misura che avanziamo.

     Dagli ammirevoli racconti di Conan Doyle in poi, in quasi tutti romanzi gialli viene il momento in cui l'investigatore ha raccolto tutti gli indizi occorrenti per arrivare per lo meno ad una certa tappa sulla via della soluzione. Quei fatti sembrano spesso strani, incoerenti e senza alcun rapporto tra di loro. Ciò malgrado l'acuto detective si rende conto che per il momento non è il caso di spingere più oltre le ricerche e che soltanto la pura riflessione perverrà a stabilire una correlazione fra i fatti accertati. Egli si mette allora a suonare il violino o si sprofonda nella suapoltrona fumando la pipa, e, vedi miracolo, ad un tratto scopre la correlazione. Anzi, non soltanto trova una relazione fra gl'indizi che gli sono già noti, ma si rende altresì conto che debbono essersi prodotti taluni altri avvenimenti non ancora costatati. E siccome ora vede chiaramente da che lato bisogna cercare, può, se gli garba, avviarsi a raccogliere ulteriori conferme della sua teoria.

     Lo scienziato che legge nel libro della natura, se è lecito usare una locuzione ormai stantia, deve trovare la soluzione da sé, non potendo, come sogliono fare i lettori impazienti di romanzi comuni, saltare alla fine del libro. Nel nostro caso il lettore è in pari tempo l'investigatore che cerca di spiegare, almeno parzialmente, i rapporti esistenti fra gli eventi della complessa e ricca trama. Per giungere anche soltanto ad una soluzione parziale, lo scienziato deve raggruppare i fatti caotici che gli sono accessibili e renderli coerenti con il sussidio del proprio pensiero creatore.

     Lo scopo che ci prefiggiamo con le pagine che seguono è quello di delineare a grandi tratti il lavoro dei fisici imperniato sulla pura ricerca mentale. Ci occuperemo principalmente della parte che, nell'avventuroso inseguimento della conoscenza del mondo fisico, spetta al pensiero ed alle idee.




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7 dicembre 2014

LA GRANDE PROMESSA, IL SUO FALLIMENTO E NUOVE ALTERNATIVE.

 

                                                   "La fine di un'illusione"

 

 

 

     La Grande Promessa di Progresso illimitato - vale a dire la promessa del dominio sulla natura, di abbondanza materiale,della massima felicità per il massimo numero di persone e di illimitata libertà personale - ha sorretto le speranze e la fede delle generazioni che si sono succedute a partire dall'inizio dell'era industriale. Indubbiamente la nostra civiltà ha avuto esordio quando la specie umana ha cominciato a esercitare effettivamente il controllo sulla natura; ma tale controllo è è rimasto illimitato fino all'avvento effettivo dell'era industriale stessa. Grazie al progresso che ha portato alla sostituzione dell'energia animale e umana con l'energia dapprima meccanica  e quindi nucleare e alla sostituzione della mente umana con il calcolatore elettronico, abbiamo potuto credere di essere sulla strada che porta a una produzione illimitata e quindi a illimitati consumi; che la tecnica ci avesse resi onnipotenti e la scienza onniscienti; che fossimo insomma sul punto di diventare dei,superuomini capaci di creare un mondo "secondo", servendoci del mondo naturale soltanto come una serie di elementi costruttivi per edificarne uno nuovo.

     Gli uomini e, sempre più spesso, anche le donne, hanno avvertito una nuova sensazione di libertà; sono diventati padroni delle proprie esistenze: le catene feudali sono state spezzate, l'individuo si è trovato a poter fare ciò che voleva, affrancato da ogni pastoia. O, per lo meno, era quello che la gente credeva; e benché questa situazione fosse propria soltanto delle classi superiore e media, il loro esempio induceva altri a supporre che, alla fine, la nuova libertà sarebbe stata estesa a tutti i membri della società, a patto che l'industrializzazione continuasse con lo stesso ritmo. Ben presto, il socialismo e il comunismo hanno cessato di essere movimenti che si prefiggevano lo scopo di costruire una nuova società e un nuovo uomo, per far proprio l'ideale di una vita borghese per tutti, indicando nel borghese universalizzato gli uomini e le donne del futuro. Il raggiungimento del benessere e delle comodità per tutti avrebbe avuto come risultato, così si credeva la felicità senza restrizioni per tutti. La trinità costituita da produzione illimitata, assoluta libertà e felicità senza restrizioni, venne così a costituire il nucleo di una nuova religione, quella del Progresso: una nuova Città Terrena del Progresso si sarebbe sostituita alla Città di Dio. Non può sorprendere che questa nuova religione abbia insufflato di tanta energia,vitalità e speranza i suoi fedeli.

     L'imponenza della Grande Promessa, le stupende realizzazioni materiali e intellettuali dell'era industriale, devono essere tenute ben presenti se si vuole capire l'entità del trauma che oggi èprodotto dalla costatazione del suo fallimento. È infatti innegabile che l'era industriale non sia riuscita a esaudire la Grande Promessa, e un numero sempre crescente di persone stanno oggi assumendo coscienza di quanto segue:

    

      La soddisfazione illimitata di tutti i desideri non comporta il vivere bene, né è la strada per raggiungere la felicità o anche soltanto il massimo di piacere.

 

     Il sogno di essere padroni assoluti delle nostre esistenze ha avuto fine quando abbiamo cominciato ad aprire gli occhi e a renderci conto che siamo tutti divenuti ingranaggi della macchina burocratica, e che i nostri sentimenti e i nostri gusti sono manipolati dai governi, dall'industria e dai mezzi di comunicazione di massa controllati dagli uni e dall'altra.

     Il progresso economico è rimasto limitato ai paesi ricchi, e lo iato tra nazioni e nazioni povere si è più che mai ampliato.

     Lo stesso progresso tecnico ha avuto come conseguenza il manifestarsi di pericoli ecologici e rischi di conflitti nucleari, e sia gli uni che gli altri, agendo isolatamente o insieme, possono metter fine all'intera civiltà e forse anche alla vita tutta quanta.

     Quando, nel 1952, si recò ad Oslo a ricevere il Premio Nobel per la Pace, Albert Schweitzer esortò il mondo a"osare di guardare in faccia alla realtà... L'uomo è divenuto un superuomo... Ma il superuomo col suo sovrumano potere non è pervenuto al livello di una sovrumana razionalità. Più il suo potere cresce, e più egli diventa un pover'uomo... le nostre coscienza non possono non essere scosse dalla costatazione che, più cresciamo e diventiamo superuomini, e più siamo disumani".




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6 dicembre 2014

La teoria della Relatività ristretta

               1) Il significato fisico delleproporzioni geometriche.

 

 

     Il lettore ha certamente imparato a conoscere, sui banchi di scuola, il superbo edificio della geometria di Euclide, e ricorderà più con reverenza che con amore, forse quella grandiosa costruzione, di cui ha passo passo salito quella maestosa gradinata, pungolato per innumerevoli ore da coscienziosi insegnanti. Sulla base di tale esperienza passata, egli condannerebbe certamente con disdegno chiunque dichiarasse non vera anche la più marginale proposizione di tale scienza. Forse però questa sensazione di orgogliosa sicurezza lo abbandonerebbe immediatamente, se qualcuno gli chiedesse: "Che cosa s'intende dunque dire asserendo che queste proposizioni sono vere?" Soffermiamoci a considerare brevemente tale domanda.

     La geometria prende l'avvio da alcuni concetti fondamentali, come "piano", "punto, "retta", ai quali siamo in grado di associare delle rappresentazioni più o meno precise,e da alcune proposizioni semplici (assiomi) che, in virtù di queste rappresentazioni, siamo inclini ad accettare come "vere". In base a un procedimento logico di cui ci sentiamo costretti ad ammettere la legittimità, tutte le rimanenti proposizioni vengono poi ricondotte a questi assiomi, cioè esse vengono dimostrate. Una proposizione risulterà dunque corretta ("vera") quando è stata derivata dagli assiomi nella maniera ammessa come legittima. Il problema della "verità" delle singole proposizioni geometriche  viene così ricondotto al problema della "verità" degli assiomi. Orbene, è da tempo noto che a quest'ultimo problema non soltanto non si può dare una risposta con i metodi della geometria, ma che esso è in sé  assolutamente privo di significato. Non possiamo chiedere se sia vero che per due punti passa soltanto un'unica retta.Possiamo solamente dire che la geometria euclidea tratta di oggetti da essa chiamati "rette", attribuendo a ciascuna  di queste rette la proprietà di essere univocamente determinata da due suoi punti, il concetto di "vero" non si addice alle asserzioni della geometria pura, perché con la parola "vero"noi abbiamo in definitiva l'abitudine di designare sempre la corrispondenza con un oggetto "reale"; la geometria, invece, non si occupa della relazione fra i concetti da essa presi in esame e gli oggetti dell'esperienza,ma soltanto della connessione logica di tali concetti l'uno con l'altro.

     Non è difficile comprendere perché, ciò malgrado, ci sentiamo costretti a chiamare "vere" le proposizioni della geometria. Ai concetti geometrici corrispondono più o meno esattamente degli oggetti in natura, e questi ultimi costituiscono senza dubbio la causa esclusiva della genesi di quei concetti. La geometria può prescindere da ciò,al fine di dare al proprio edificio la maggiore unità logica possibile; ma la consuetudine, per esempio, di vedere un "intervallo" due posizioni segnate su un corpo praticamente rigido, è qualcosa di profondamente radicato nel nostro modo di pensare. Siamo inoltre abituati a considerare tre punti come situati su una retta, se, osservandoli con un solo occhio, possiamo far coincidere le loro posizione apparenti,previa un'adeguata scelta del nostro posto di osservazione.

     Se, proseguendo nel modo abituale di pensare, noi aggiungiamo ora alle proposizioni della geometria euclidea l'unica proposizione che a due punti su un corpo praticamente rigido corrisponde sempre la stessa distanza (intervallo), indipendentemente  dai mutamenti di posizione che possiamo imprimere al corpo, allora dalle proposizioni della geometria euclidea traggono origine proposizioni sulla posizione relativa possibile di corpi praticamente rigidi. La geometria a cui sia stata fatta questa aggiunta deve venir trattata come un ramo della fisica. Possiamo ora legittimamente porre la domanda circa la "verità" delle proposizioni geometriche  così interpretate, poiché siamo giustificati a chiedere se queste proposizioni siano soddisfatte per quegli oggetti reali che abbiamo associato ai concetti geometrici.

     Naturalmente, la convinzione circa la verità delle proposizioni geometriche in questo senso, si fonda esclusivamente su esperienze alquanto incomplete. Per il momento ammetteremo tale"verità" delle proposizioni geometriche; più avanti, cioè nella relatività generale, vedremo che questa verità è limitata, ed esamineremo fino a che punto giunge tale limitazione.

 




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3 dicembre 2014

Lezione di democrazia 4

Perfezionismo e Utopia

 

 

     È pacifico che nella democrazia gli ideali sono importanti. Sono importanti, ho già detto, perché senza ideali una democrazia non sarebbe. Dal che si ricava che la democrazia si può definire in modo realistico, ma si deve definire anche in modo idealistico, cioè prescrittivamente e non soltanto descrittivamente. Cos'è un ideale? Ovviamente è una reazione al reale. Non siamo mai contenti della realtà così com'è e perciò la vorremmo come ci viene delineata dagli ideali. Quindi possiamo definire un ideale un "contro-reale". Ma attenzione gli ideali sono difficilissimi da maneggiare, perché se li esageriamo si rischia di scivolare nel perfezionismo o nell'utopismo.

     Il perfezionismo può essere definito uneccesso di idealismo, un idealismo fuor di misura,e come tale controproducente.Insomma, il perfezionismo è un cattivo uso degli ideali. Ma qui mi vogliosoffermare sull'utopismo.

     Il termine fu coniato da Tommaso Moro,quando pubblicò Utopia nel 1516. Visi descrive una buona società, retta da una pura ragione naturale, collocata in un'isola immaginaria. Il conio stava appunto per dire "in nessun luogo" , dal greco ou (non) e topos (luogo).A differenza del perfezionismo, che può essere attivo, l'utopia nasce come un concetto puramente contemplativo, Tommaso Moro scrive Utopia con l'intento di criticare lo stato dell'Inghilterra sotto i Tudor, e così nel suo testo dice che "in nessun luogo" sta per "impossibile",che l'inesistente di oggi è un inesistente per sempre. Tuttavia la parola ha viaggiato nei secoli successivi sulla forza del suo prefisso, della sua negazione: "no", non esiste; e nemmeno "mai" esisterà.

     Così fino a Marx. Poi Marx inventò, nelle sue Tesi su Feuerbach, il filosofo rivoluzionari che trasforma l'utopia in realtà. Contestualmente Marx predicava il passaggio dall'utopia alla scienza. Così, invece di essere un ideale contemplativo, l'utopia si trasforma in un progetto di azione. Il filosofo-redi Platone diventa il"rivoluzionario-re" di Marx. Con il successo, o meglio l'insuccesso, che tutti abbiamo sotto gli occhi. Il che non toglie che il concetto sia stato e resti radicalmente trasformato.

     Oggi l'utopia non è più una finzione mentale senza luogo né tempo, non è più inattuabile. Invece si dice che "le utopie sono spesso verità premature" (Karl Mannheim, Ideologia e utopia), che il progresso è realizzazione di utopie, che le utopie di oggi sono le realtà di domani.

     Specie negli anni sessanta, di utopia (la parola) si è fatta un'orgia. Risultato? Non abbiamo più un vocabolo che indichi l'"impossibile". Ma uccisa la parola  "utopia" per dire "impossibilità", le impossibilità rimangono. Piaccia o no.




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3 dicembre 2014

Lezione di Democrazia 3

Realismo e Idealismo

 

     Abbiamo analizzato il significato della parola democrazia. Ora dobbiamo accertare che cosa sia oppure che cosa dovrebbe essere. Alla prima domanda si risponde nell'ottica del realismo. Alla seconda si risponde in un ottica razionalistica che ne sottolinea gli ideali, e in questo senso in un ottica idealistica.

     Il realismo è guardare alla   realmente è. La tradizione realistica iniziò con Niccolò Machiavelli. Del quale si dice che attendeva alla "realtà effettuale" e che a questo modo scopriva la politica, o meglio fondava l'autonomia della politica. La fondava ricorrendo all'osservazione diretta e registrando senza infingimenti che la politica non obbedisce alla morale.Tuttavia, nell'interpretare Machiavelli, nel renderlo a noi contemporaneo, non dobbiamo dimenticare che egli osservava un microcosmo politico (i principati rinascimentali) del tutto incommensurabile al nostro mondo. Un mondo che non era ancora animato da ideali politici, ma semmai da ideali etico-religiosi.

     Il razionalismo politico, invece, non accetta la realtà così come è: semmai la costruisce deduttivamente. E man mano- prima nelle utopie, quindi dall'Illuminismo in poi -raffigura una società "ideale" o altrimenti sospinta da ideali. Ed è il razionalismo che stabilisce che senza ideali non ci può essere democrazia.

     Queste due ottiche hanno prodotto da un lato le democrazie empirico-pragmatiche, e dall'altro le democrazie di ragione.James Bryce, che è uno dei grandi autori che hanno affrontato questo tema,scrive che la democrazia razionalistica per eccellenza è quella francese,mentre la democrazia anglosassone è di tipo empirico-pragmatico, precisando così:  la Francia ha adottato la democrazia "non solo perché il governo popolare sembrava il rimedio più completo ai mali incombenti ... ma anche in omaggio ad astratti principi generali ritenuti verità evidenti". E Alexis de Tocqueville sottolinea così la differenza: "Mentre in Inghilterra quelli che scrivevano di politica e quelli che la facevano vivevano insieme la stessa vita ... in Francia il mondo politico restò nettamente diviso in due zone non comunicanti. In una si amministrava: nell'altra si formulavano principi astratti ... Al di sopra della società reale... si costruiva a poco a poco una società immaginaria nel quale tutto appariva semplice e coordinato, uniforme, equo e razionale". Ecco, allora, il contrasto e la differenza tra una democrazia di tipo razionalistico alla francese e una di tipo empiristico all'inglese.

     Una differenza che è anche di sviluppo storico. Mentre le democrazie di tipo francese nascono ex novo da una rottura rivoluzionaria, la democrazia anglo-americana emerge da un processo continuo. La rivoluzione inglese del 1688/89 non rivendica un nuovo inizio, mala restaurazione dei "diritti primigenii" dell'uomo inglese, cioè il ripristino dei princìpi della Magna Charta violati dall'assolutismo delle dinastie Tudor e Stuart. Poco conta che quel passato fosse largamente mitico; importa che "la gloriosa rivoluzione" non fu una rottura innovativa ma venne intesa come un recupero, una ripresa di possesso. Quanto alla cosiddetta "Rivoluzione americana", non fu una rivoluzione ma una secessione.  La Dichiarazione d'indipendenza del 1776 rivendicava, in sostanza, il diritto dei coloni di procedere lungo il tracciato delle libertà di cui già fruivano gli inglesi. Non fu così in Francia, dove la Rivoluzione del 1789 si affermò, appunto, come una rottura intesa a rifiutare e cancellare in toto il passato.

     In conclusione il razionalista è portato a chiedere che cosa è (la democrazia), mentre all'empirista viene istintivamente da chiedere come funziona.




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1 dicembre 2014

Lezioni di Democrazia 2

Titolarità ed esercizio

 

     Tutti sappiamo, più o meno, come dovrebbe essere una democrazia ideale, mentre si sa troppo poco delle condizioni necessarie per ottenere una democrazia possibile, una democrazia reale.

     Un primo punto da fermare, qui, è che tra un'esperienza democratica in piccolo ed un esperienza democratica in grande c'è un abisso. L'umanità ha penato duemila anni per gettare un ponte tra la due sponde, e nel passare dalle piccole comunità democratiche alla democrazia dei grandi numeri fatta di interi popoli e nazioni è giocoforza perdere per strada molti dei requisiti che assicurano l'autenticità di un'esperienza democratica "faccia a faccia"; e non si può pretendere dalla democrazia su vasta scala quello che si può pretendere dalla democrazia su piccola scala. Il che continua sfuggire. Quando, per esempio, un politico dichiara che un premier eletto dal popolo equivarrebbe ad un "sindaco d'Italia", è chiaro che la differenza tra micro e macro democrazia gli sfugge.

     Nella "lezione" precedenteabbiamo visto la definizione che potremmo dire "etimologica" della democrazia, tale perché ricavatadall'analisi del nome, e più specificatamente abbiamo visto la parola "popolo" nelle varieaccezioni. Passiamo a considerare l'accoppiata di "popolo" con il "potere".

     Che cosa è il potere? Il potere è una relazione: un individuo ha potere su un altro perché gli fa fare quello che altrimenti non farebbe. Robinson Crusoe, solo sull'isola dove è naufragato, finché è solo non ha alcun potere, lo acquista soltanto quando arriva Venerdì.

     Il problema è evidentemente più complesso quando il rapporto di potere non è più tra singoli, ma tra entità collettive.Lo schema, però, resta lo stesso. Il popolo (tutti)  ha potere in quanto lo ha su altri. Suchi?  Prima di rispondere si deve notare che "potere del popolo" è solo una espressione ellittica e che, in questi termini, il processo politico resta sospeso a mezz'aria. Torno a chiedere: potere del popolo su chi? Ovviamente del popolo sul popolo. In questo processo c'è prima un movimento ascendente, di trasmissione di potere verso il vertice di un sistema democratico, e poi un movimento discendente del potere del governo sul popolo. Così il popolo è insieme, in un primo momento governante e, in un secondo, governato.

     Sono processi molto delicati perché se il tragitto non è sorvegliato, se nella trasmissione del potere i controllati si sottraggono dal controllo dei controllori il governo sul popolo rischia di non aver niente a che vedere col governo del popolo. A questo provvede il macchinario del costituzionalismo.

     Ma per meglio chiarire il problema,occorre distinguere tra la titolarità e l'esercizio del potere. La titolarità dice: il potere mi spetta di diritto, è mio di diritto. Sì, ma qui abbiamo soltanto un diritto. E quello che conta è l'esercizio. Il potere effettivo è di chi lo esercita. La domanda cruciale, allora, è: come si fa ad attribuire al popolo, titolare del diritto, il diritto-potere di esercitarlo? La risposta è,in breve, che la soluzione di questo problema viene cercata, in una democrazia rappresentativa, nella trasmissione rappresentativa del potere. Come vedremo inseguito.




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